La botte dell’Ego

Sulla tomba di Griffy, il bottaio,
nel cimitero della collina di Spoon River

 

Un bottaio dovrebbe intendersi di botti.
Ma anche della vita io imparai qualcosa,
e tu che gironzoli senza scopo tra queste tombe
pensi di conoscere la vita.

Pensi che il tuo occhio scruti un ampio orizzonte, forse,
ma in verità stai solo guardando tutto attorno
l’interno della tua botte.
Non puoi sollevarti fino ai suoi orli
e vedere il mondo di cose al di fuori,
e allo stesso tempo vedere te stesso.

Sei sommerso nella botte di te stesso!

Tabù e regole e apparenze:
sono le doghe della tua botte.
Ròmpile, e spezza l’incantesimo
che ti fa credere che la botte sia la vita,
e che tu la vita la conosca!

 

Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River (traduzione personale)

 

Griffy the Couper

The cooper should know about tubs.
But I learned about life as well,
And you who loiter around these graves
Think you know life.
You think your eye sweeps about a wide horizon, perhaps,
In truth you are only looking around the interior of your tub.
You cannot lift yourself to its rim
And see the outer world of things,
And at the same time see yourself.
You are submerged in the tub of yourself –
Taboos and rules and appearances,
Are the staves of your tub.
Break them and dispel the witchcraft
Of thinking your tub is life!
And that you know life!

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Poi d’estate si buttò nelle onde del mare

È una canzone, e sotto trovi il testo: ascoltala QUI, cantata con l’anima dal suo autore, e poi medita su queste parole (ma non leggerle prima di averla ascoltata).

 

L’anno nuovo per magia
Deponeva regali
La tristezza, l’allegria
Ed i giorni normali

L’anno vecchio stava lì
Mento in mezzo alle mani
Come chi ha finito ormai
I domani e non sa perché

Perché perché perché…

Nella luminosità di un trascorso Natale
Con il vento che da nord
Dava un freddo glaciale
L’anno nuovo si girò
E colpì di pugnale
L’anno vecchio che morì
Senza avere alcun male

L’anno nuovo scese giù
In un mondo di festa
Seminando gioventù
E altre felicità
E ballò sui grandi amori
E sugli onori come un re
Ubriacato da quel succo
Che la vita ha dentro sé
Prima di scoprire il trucco dei perché

Perché perché perché perché…

Si sposò, e il suo primo figlio
Fu un gennaio gentile
Ma a febbraio si drogò
E lo perse ad aprile
Il successo lo inseguì
Svelto come un leopardo
Lui pian piano si inghiottì
Nel suo primo miliardo

Poi d’estate si buttò nelle onde del mare
Fra le alghe e i pedalò
E autostrade di gas

A settembre un po’ di tosse
Nell’orgoglio lo ferì
E capì di aver vissuto troppo in fretta
Adesso che
Stava stretto nell’imbuto dei perché

Perché perché perché perché perché…

Nell’inverno
Nell’inverno si specchiò in un giovane biondo
Gli affittò una stanza su
Con la vista sul mondo
Quando poi l’accarezzò
Come un ultimo figlio
La sua mano gli sembrò
Un inutile artiglio

L’anno nuovo stava lì
Con la faccia da killer
L’anno vecchio si sentì come mille anni fa
E partì senza capire quel dolore che cos’è
Quella ruvida ferita che ogni uomo ha dentro sé
Quella favola infinita dei perché

Perché perché perché perché perché…
Perché perché perché perché…

PERCHÈ…

E il marchio è su di loro…

1.

La “realtà” è una costruzione sociale che viene imposta alla persona mediante gli strumenti della cultura dominante del mondo in cui vive. Perciò, quando la cultura dominante riesce — con la seduzione o con la forza militare — a imporre ad altri la sua concezione culturale, abbiamo (…) l’ “impero”.
È tipica dell’impero la pretesa che la sua realtà socialmente costituita sia la realtà ultima, per cui esso spodesta la realtà veramente ultima, (…). La genialità dell’impero consiste proprio nella sua capacità di instaurare un clima che induce a concludere: l’impero è la vera realtà, le cose stanno come dice l’impero.

(p. 203)

2. 

È l’ambito culturale a fornire una coerenza cognitiva all’intero ventaglio di pratiche, strutture e relazioni che costituiscono una determinata società. Ciò significa che noi comprendiamo la nostra società attraverso il modo in cui si presenta a noi la nostra cultura. (1)
Questa presentazione può essere ufficiale o non ufficiale. Essa utilizza la totalità dei mezzi disponibili, da quelli più solenni a quelli di puro intrattenimento. Il modo in cui ci viene presentato il codice culturale tende a farci considerare naturali le scelte sociali predominanti. La cultura ci dice: le cose sono come dovrebbero essere, sono cioè in pieno accordo con la volontà “divina”.
La cultura, se è al servizio dell’impero, non permetterà una seria discussione delle alternative. Non permetterà che si dica che l’ordine esistente non è destinato a durare per sempre o che è non stabilito con le migliori intenzioni da parte dei detentori del potere. Ogni infrazione di questo codice culturale sarà punita con una serie di sanzioni, fino alla minaccia o all’uso della violenza fisica.
In un impero ben governato, il complesso ventaglio dei fenomeni culturali opererà in modo sinfonico per rafforzare il punto di vista imperiale. Questo assicurerà l’adeguamento alle scelte sociali, politiche o economiche dei detentori di potere.

(1) … tutto ciò che noi comprendiamo di noi stessi e della nostra cultura è un «prodotto sociale». (…) …la nostra società non è, come possiamo pensare, un dato naturale, bensì un «prodotto» sociale che si è andato configurando nel corso del tempo (…).

(p. 176)

3.

… [si tratta] di un processo altamente organizzato, tecnologicamente sofisticato e psicologicamente efficace, finalizzato a sviluppare in modo sistematico una realtà falsa che viene spacciata come la «vera realtà delle cose».

(p. 339)

4.

… da soli e senza l’appoggio [di altri] è praticamente impossible conservare, a lungo andare, le proprie contro-definizioni del mondo.

(p. 310)

5.

L’imperialismo è essenzialmente un meccanismo per il trasferimento della ricchezza dalle classi medie alle classi alte.
Gli stati-nazione non sono più il principale ingranaggio di questo meccanismo. Noi affermiamo che oggi l’impero è rappresentato dai fenomeni, complessi ma identificabili, che qui chiamiamo il “capitale mondiale”.
(…) Il processo della globalizzazione economica… sposta il potere dai governi, responsabili del bene comune, a una manciata di società e istituzioni finanziarie.

(p. 368)

6.

Nel nostro mondo, le istituzioni religiose ufficiali sono per lo più irrilevanti per l’auto-proclamazione dell’impero. Il loro posto è stato preso da tutta una serie di funzionari governativi ed economisti al servizio del governo che proclamano la “divina ispirazione” del “libero” mercato.
Molti commentatori hanno sottolineato il carattere religioso della fede nel libero mercato e il sostegno offerto a questa religione da funzionari governativi e giornalisti al servizio dei mezzi di comunicazione sociale controllati dal capitale mondiale. (…)
(…) Nel mondo intero l’ideologia del libero mercato è stata abbracciata con il tipico fervore della fede religiosa fondamentalista… la professione economica è il suo sacerdozio… metter in discussione la sua dottrina è diventato praticamente un’eresia.

(p. 370)

7.

I “dogmi” proclamati da questo sacerdozio:

1. la crescita economica è l’unica strada verso il progresso umano;
2. i liberi mercati senza vincoli di sorta sono la migliore forma di commercio;
3. la globalizzazione economica è vantaggiosa praticamente per tutti;
4. la privatizzazione migliora l’efficienza;
5. il ruolo fondamentale del governo è quello di proteggere i diritti di proprietà e i contratti.

(p. 371)

8.

Ciò che è importante notare (…) non è solo il bombardamento cui siamo quotidianamente sottoposti per spingerci al consumo, ma la visione del mondo volutamente e ingegnosamente creata attraverso la pubblicità e il mercato. (…)
L’obiettivo perseguito dall’armamentario generatore di illusione dell’impero è l’instaurazione dell’ideologia onnicomprensiva che presenta come “realtà” il mondo descritto dalla pubblicità.

(p. 393)

9.

Ciò significa che la linea di demarcazione fra pubblicità e contenuto, notizie ed editoriali, viene costantemente e intenzionalmente sfuocata nella mente degli utenti dei mezzi di comunicazione sociale.

(p. 394)

10.

E, come molti sanno, il potere illusionista dell’impero ci tiene accuratamente nascosta la natura bestiale di questa seduzione. Come le prostitute non parlano ai clienti delle malattie sessualmente trasmissibili o delle violenze dei loro sfruttatori, così il capitale mondiale non parla delle condizioni inumane in cui vengono prodotti [tutti i suoi “prodotti”].

(p. 400)

11.

Pubblicamente il capitale mondiale afferma che il “cielo” è dare ad ogni essere umano la possibilità di bere la Coca Cola; privatamente il “cielo” è semplicemente il profitto derivante dalla vendita di tutte quelle bibite.

I principi centrali di questa falsa realtà sono i dogmi fondamentali del liberismo economico che abbiamo visto sopra: la crescita economica è una buona cosa; non esistono alternative ragionevoli a un libero mercato senza limitazione di sorta e così via.
In ultima analisi, (…), oggi la fondamentale illusione prodotta e intrattenuta dall’impero del capitale mondiale è proprio questa: il mondo è praticamente come dovrebbe essere e gli sforzi per cambiarlo sono, nella migliore delle ipotesi, fuorvianti e, nella peggiore, pericolosi.
Finché la presa del capitale mondiale sulla coscienza della gente resta forte, la conservazione di questa illusione richiede semplicemente di emarginare le voci di dissenso e definire “sognatori” e “idealisti” coloro che, grazie alla loro condizione sociale, possono occasionalmente accedere ai mezzi di comunicazione sociale. (…) Finché attorno alle concezioni di queste figure non si formano solidi ed estesi movimenti di resistenza, l’impero può permettersi di trattarle come mosche sulla schiena di un elefante.
Quando [invece] è necessario ricorrere a maniere più forti, ora come sempre, l’impero è pronto a ricorrervi.

(p. 396)

12.

L’impero compie abitualmente assassinii e stragi e tuttavia afferma di essere una realtà positiva e benefica nel mondo. Non sono affermazioni contradditorie. L’impero deve affermare di essere una realtà positiva e benefica proprio perché compie abitualmente assassinii e stragi.

…l’impero benedice i propri sudditi con il sangue delle sue vittime e (…) coloro che sono fedeli all’impero condividono questa coppa [piena di sangue] quale segno della loro accettazione del suo controllo sulla loro vita.

(p. 275)

13.

Coloro che accettano l’impero e partecipano alla sua vita sono assassini.

(p. 289)

 

Wes Howard Brook, Anthony Gwyther, L’impero svelato (EMI 2001)

La verità che conduce alla vita eterna

In questa tua seconda missiva – o Theòfilo, amico e fratello caro –, mi parli della disperazione che ti ha colto a causa della comprensione improvvisa della tua vera condizione spirituale. È una sofferenza che conosco molto bene avendola vissuta io stesso, sebbene ormai molto tempo fa. Una cosa bisogna allora che io ti dica, e devo farlo subito. È assai importante che tu la comprenda, anche se ti ci vorrà un po’ per fartene una ragione.

Quando affermi di aver preso coscienza dell’errore nel quale per anni hai vissuto, deve esserti oltremodo chiaro che tale errore non consiste, e non può in nessun modo consistere, in quello che è stato il tuo Credo in quanto membro della Fratellanza; la stessa cosa accade infatti – e allo stesso, identico modo – in tutte le altre fratellanze a noi d’intorno, sia quelle vicine che quelle lontane, le quali hanno un Credo diverso da quello che un tempo ritenevamo nostro, e diverso pure le une dalle altre.

Ciò di cui invece si prende coscienza all’improvviso, ciò che sale al cuore devastandone ogni più remoto anfratto, è la comprensione dell’inutilità assoluta degli sforzi che fino a quel momento sono stati fatti, la comprensione del fatto che tutto è stato poco più di un’illusione e l’agghiacciante constatazione che un’intera vita se ne è andata appresso a tale illusione, e non ce n’è un’altra di riserva.
Tu nel tuo scritto questa cosa l’hai espressa in tre splendidi versi che rendono appieno la disperazione che ti ha colto:

Sono terra infruttuosa,
i miei semi non attecchiranno
e non ci saranno luminosi fiori.

Ecco ciò che, più di ogni altra cosa, lascia sgomenti e causa la disperazione più nera, ancorché sia percepito solo nel subconscio.

Devi dunque comprendere che il problema che devi affrontare non è di natura dottrinale, non è legato a ciò che insegna una religione piuttosto che a quello che insegna l’altra, bensì alla consolatoria illusione che esse tutte fanno vivere agli uomini, il fatto cioè che, gira e rigira, esse tutte non offrono altro che parole, parole e nient’altro che parole. Nessun vero contatto con il mondo spirituale, solo una parvenza di spiritualità vissuta sul piano emozionale, attraverso la mediazione di “officianti” di vario genere e sempre in seno ad un’anima collettiva.

E dunque ben venga la Disperazione che deriva da una tale presa di coscienza! Ben venga! È la prima cosa vera che ti capita di vivere!
È un punto di partenza preciso, un punto da cui ripartire alla ricerca di Significato, e non vogliamo in alcun modo condizionare questa nostra finalmente Vera Ricerca portandoci appresso tutto l’armamentario di vecchie parole, e sentimenti, e conoscenze, e atteggiamenti, e aspettative, e promesse, e fallimenti, e ogni altra vecchia cosa che abbiamo ereditato dalla nostra “grande illusione” e che aveva trovato ricetto nella nostra anima, tutte cose di cui dobbiamo invece imparare a disfarci, a qualsiasi costo, se non vogliamo continuare a trasferirci da un’illusione a un’altra.

Eppure – senti cosa ti dico, amico e fratello caro –, nonostante tutto, nulla di ciò che abbiamo vissuto in seno a tale Fratellanza è andato perduto, nulla di ciò che abbiamo fatto è stato davvero senza significato. Ciò che abbiamo fatto è quanto potevamo e forse perfino “dovevamo” fare, e diversamente non avremmo potuto.
Siamo stati noi stessi, in qualche modo, a tracciare il percorso che, alla fine, ci ha fatto scoprire la prima grande verità su noi stessi: eravamo preda di una grande illusione collettiva, un’illusione che anche noi abbiamo contribuito a far vivere e a far crescere. Ora siamo liberi e ci possiamo incamminare per il sentiero che si è dischiuso davanti a noi, quello che attraversa il deserto, di cui parla il profeta Isaia.

Certo, ora abbiamo bisogno di un’enorme quantità di Coraggio. Molto più di quello che ci serviva per vivere nella nostra grande illusione (e ce ne voleva già tanto). Ma la domanda che spesso mi sono posto quando nelle stesse tue circostanze dovevo decidere che cosa fare della mia vita è stata questa: è meglio vivere soffrendo nella realtà, o senza soffrire in una illusione?
Perché, nel caso non avessimo abbastanza coraggio da consentirci di vivere nella realtà, e d’altro canto non avessimo neanche più la capacità di infilarci in una delle tante illusioni collettive esistenti (politiche, religiose, sociali, culturali, sportive, o quello che sono tutte quante messe insieme…), sarebbe necessario rifugiarsi in una di quelle generate artificialmente: dall’alcol, dalla droga, da una vita dissoluta, dall’odio omicida o da qualsiasi altra cosa il mondo offre al momento per l’occasione. A noi la scelta.

Io, da parte mia, dopo aver percorso la Via che tutto il deserto attraversa e dopo aver incominciato l’ascesa del Monte a cui Essa conduce, ho deciso di tornare a valle e stazionare ai margini del deserto, in attesa di quelli che lo Spirito mi manderà incontro, dopo aver suscitato in loro i primi bagliori di una Coscienza Oggettiva.
Perché, nonostante tutto, tali uomini e tali donne sono ancora e pur sempre dei veri “theòfiloi”, ovvero – ed è ciò che questo nome di origine greca significa – degli “amici di Dio”, proprio come te.

Per aiutarli ho pubblicato una memoria del percorso che la Speranza della Coscienza mi ha fatto trovare: è intitolata “La Via nel Deserto”, e la possono richiedere all’indirizzo letture.vicenza[at]gmail.com.

A tutti quelli che…

…possiedono una copia del mio “La Via nel Deserto”.

Nota ad integrazione del materiale di pagina 132, nella quale è riportata la menzione che Bennett fece di questa stessa esperienza in un altro suo testo. Il confronto tra le due versioni è quanto mai interessante, perché consente di accedere alla comprensione di importanti particolari che diversamente sarebbero rimasti del tutto in ombra.

* * * * * *

Molti anni fa, poco dopo aver conosciuto Gurdjieff nel 1920, ero un giovane ufficiale d’esercito di stanza a Costantinopoli, ed ebbi una visione che ebbe un profondissimo effetto sulla mia vita.
A quell’epoca provavo un interesse quasi ossessivo per il concetto di dimensione superiore, e cercavo di trovare i modi in cui fosse possibile esplorarla. E fu mentre ero così preso da tutto questo che ebbi una visione nella quale vidi tutto l’universo esistente come un’unica sfera, ma non una comune sfera a tre dimensioni, quanto piuttosto una sfera che aveva in sé tutto lo spazio e il tempo.
Vidi come in essa esisteva tutto ciò che più tardi capii essere ciò a cui ci riferiamo col termine ‘mondo funzionale’. Essa conteneva tutto il mondo conoscibile, quello che chiamiamo l’universo conoscibile, e si accresceva e si espandeva come una bolla di sapone, e tutto ciò che esiste era alla superficie di essa. Ma al di fuori di essa, dietro di essa, nella luce, vi erano degli esseri liberi che non erano confinati sulla superficie della sfera.
Essi volavano in quel futuro che la sfera non aveva ancora raggiunto, e io vidi che questa era la libertà che tutte le vite cercano di raggiungere. Ma vidi anche che all’interno vi era una zona scura, nella quale si poteva rimanere indietro. Non ho alcun dubbio sul fatto che questa immagine che vidi con la mente corrisponde alla realtà delle cose. La nostra coscienza cambia, e allora vediamo le cose.
Immagino che ebbi quella particolare visione perché stavo cercando di capire dov’è la libertà del mondo. Nella visione capii che la libertà è unicamente al di fuori del mondo. Ma potei vedere anche delle cose connesse col mondo libero, e con la situazione sulla sfera.
Intorno alla sfera vi era una specie di atmosfera, che era metà non libera e metà libera, e che più tardi mi resi conto rappresentare ciò che intendiamo con l’essere. Quando, non molto tempo dopo, incontrai Gurdjieff, mi confermò l’esattezza di questa visione, e capii che dobbiamo essere capaci di renderci liberi, di entrare nel mondo nel quale si è liberi.

John G. Bennett, L’uomo superiore [Deeper man], pp. 36 e 37 (Ubaldini editore 1985)

L’oscuro incontro

Sappiamo tutti che dalla Galilea non può venire alcun profeta

Guarda le
rose in
ottobre e
i fiori
tra l’erba,
guarda la farfalla
sul muro,
ascolta:
l’arpa eolia
risuona;
non dire
che non ci sono
profeti.

 

Claudio Guardo, L’oscuro incontro, dalla raccolta “Playing Bach”
(il Convivio editore, 2018)

La verità vi renderà liberi

Le riflessioni che pubblico su questo blog nascono quasi sempre da eventi della mia vita, e da parole in cui mi imbatto fortuitamente e dentro cui si cela la sostanza del pane epiousion. Per junghiana sincronicità, nel momento in cui inizio a riflettere su queste parole, uno dietro l’altro si inanellano episodi che mi portano sempre di più alla comprensione viva di quello che dicono.

Recentemente ho ‘incontrato’ i versetti 31 e 32 del capitolo 8 del Vangelo di Giovanni, dove troviamo le seguenti parole di Gesù: “Se rimanete nella mia parola, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” . I Giudei a cui egli si rivolge gli dicono allora: “Non siamo mai stati schiavi presso nessuno, come puoi dire ‘diventerete liberi’?
Ed egli dice loro: “In verità in verità vi dico – e mi accorgo solo ora, scrivendo, della potenza di questa espressione che spesso ricorre nel Vangelo – chi commette il peccato è schiavo del peccato. Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, il figlio vi resta per sempre. Se dunque il figlio vi farà liberi, sarete liberi per davvero” .
Il figlio parla dunque IN VERITÀ. Il figlio e la verità abitano insieme la casa, quando riusciamo a liberarci dalla schiavitù.

Ma cosa è la verità? Riusciamo davvero a vedere questa parola nel suo non essere solo una parola?

Io non ci riesco. Da quando rifletto su questi versetti mi sono osservata mentire a me stessa e agli altri una quantità abominevole di volte al giorno. Non c’è quasi mai un briciolo di verità in me, se non a volte qualche barlume, quando con altre persone affronto proprio questi argomenti e posso parlare di cose che ho esperito.
Ma già cercare di rivestire la Comprensione con delle parole la riduce in qualche modo a menzogna, a compromesso.
In genere, nelle relazioni umane siamo in ogni caso dentro ‘l’armadio delle maschere’, anche se aneliamo a qualche sprazzo di verità da poter mostrare e che qualcuno possa capire. Ma il fatto è che non sappiamo proprio quale verità raccontare.
Se ci osserviamo bene dentro, vedremo che in quel momento pensiamo a un discorso da fare, o a una parte da recitare perché più o meno l’altro possa compatirci, o apprezzarci, o temerci, o qualcos’altro di simile.

Un certo insegnante una volta disse: “Per dire la verità, bisogna essere diventati capaci di conoscere cosa è la verità e cosa è una menzogna; e prima di tutto in se stessi. E questo nessuno lo vuol conoscere” .
E a proposito di ciò molti anni dopo, per mezzo della storia di Bel-Kultassi, un personaggio dei suo racconti, con la consueta precisione espressiva che lo caratterizzava lo stesso insegnante lasciò una descrizione di come dovrebbe cominciare il lavoro di tutti quelli che non vogliono rimanere ‘schiavi’:
Decise innanzitutto di sforzarsi senza alcun indugio di acquisire il ‘potere’ che gli avrebbe dato la forza e la possibilità di essere assolutamente sincero verso se stesso, che gli avrebbe cioè permesso di vincere gli impulsi divenuti abituali nel funzionamento della sua presenza generale a causa del flusso di molteplici associazioni eterogenee suscitate in lui da ogni genere di shock fortuiti, sia esteriori sia generati nel profondo di sé, impulsi chiamati ‘amor proprio’, ‘vanità’, ‘orgoglio’, ecc. …

Leggendo questo passo mi è parsa lampante la connessione con le parole “conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi” .
Vincere gli impulsi chiamati ‘amor proprio’, ‘vanità’, ‘orgoglio’, ecc., si può senz’altro accomunare con l’espressione “rimanere nella parola del Cristo” .

Nella tradizione cattolica in cui la maggior parte di noi è cresciuta, le parole “essere schiavi del peccato” hanno una eco quasi mitologica e irreale, quasi uno pensasse a una schiavitù da eccessi di ogni tipo. In questa schiavitù una persona cosiddetta ‘normale’ non si ritrova, si accontenta di sapere di non fare brutte cose e di essere una brava persona. E si ritrova invece a chiedersi, come i Giudei: da cosa mi dovrei liberare? Ma se uno riesce ad acquisire “Il potere di essere sincero verso se stesso” , non può non vedersi schiavo.
Per questo nello stesso capitolo del Vangelo di Giovanni, poco prima, il Cristo esorta proprio alla sincerità verso se stessi, intimando: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” . Il peccato è la menzogna: quella dell’adultera e quella di chi pretende di lapidarla non essendo certo migliore di lei.
Noi quanti adulteri lapidiamo ogni giorno?

Il potere della verità è quello che rende liberi, che ci permette di decidere davvero di noi stessi, e che lascia il posto al Figlio perché entri nella casa e ci resti per sempre.

Ti salutiamo, mondo…

Ti salutiamo, mondo,
terra abitata, ansimante,
viluppo di piedi e di facce,
sfornata di occhiaie e boccacce,
in tempi come questi ci passi accanto
irridendoci, ma solo di striscio ci tocchi,

vecchio mondo, occhio triste,
televisivo, passo claudicante.

Siamo coloro che sono Nessuno,
i Marginali della Storia,
ad ogni alba confezionando inviti,
ritti come parafulmini, Oranti.

Ti salutiamo, mondo,
siamo i Nessuno,
anche per te custodi della Memoria.

 

Lorena Busellato, Le sentinelle, dall’antologia “Andando e Stando”
(IF editore 2013)

La contaminante impurità di una struttura egoica

E la parola di Lui che è Qui fu affidata ad Aggeo, il profeta, il quale disse:
– Lui che è Qui, Dio delle moltitudini, ha detto questo: “Interroga un po’ i sacerdoti in merito alla Legge, e chiedi loro: ‘Se un uomo porta un pezzo di carne santa nel lembo della sua veste e col suo lembo tocca il pane o la minestra o il vino o l’olio o qualunque altra sorta di cibo, questi ne saranno santificati?‘”
E i sacerdoti rispondevano e dicevano: “No”.
E Aggeo di nuovo diceva: “E se qualcuno impuro per esser stato vicino ad un’anima morta tocca una qualsiasi di queste cose, questa cosa diventerà impura?
A loro volta i sacerdoti risposero: “Sì, diverrà impura”.
Pertanto Aggeo rispose loro, e disse: – Questo ha detto Lui che è Qui: “Così è questo popolo e tutta questa gente dinanzi a me, e così è tutto quello che fanno e qualunque cosa presentino a me: sono impuri” .

Dal rotolo del profeta Aggeo (2. 10-18)

Svegliatevi, la lampada si è spenta!

Il regno dei Cieli è simile a questo: dieci vergini andarono incontro allo sposo con le loro lampade. Cinque erano consapevoli e cinque incoscienti. Le incoscienti presero le lampade, ma non dell’olio di scorta; le consapevoli, invece, presero le lampade e una scorta di olio.
Mentre aspettavano lo sposo la fiammella nelle loro lampade si affievolì sempre più, e si addormentarono. Ed ecco che a mezzanotte qualcuno gridò: “Ecco in lontananza lo sposo, andategli incontro!”
Le vergini tutte si svegliarono di soprassalto ed essendosi rese conto che la fiamma era spenta e l’olio finito quelle incoscienti dovettero andare a comprarne un po’, e nel frattempo arrivò lo sposo. Le vergini consapevoli invece avevano ancora olio, ed entrarono con lui. E le porte si richiusero.

Solo questo dovevano fare: andare incontro allo sposo con la propria luce. E le cinque incoscienti non avevano compreso che era importante non solo che le lampade facessero luce, ma che la facessero al momento giusto. E perché ardesse all’arrivo dello sposo la fiamma avrebbe dovuto essere alimentata di continuo.

LA VITA A QUESTO SERVE: ad andare incontro con la propria luce al figlio dell’Uomo. Non nel tempo, perché Egli ne è fuori. Perciò si deve vivere al di fuori del tempo, in un costante presente.
Sforzatevi dunque di essere presenti, se volete entrare nella vita dello spirito. Se non fate degli sforzi per vivere nel presente, non ci entrerete.
Se non vi sforzate di essere sempre presenti a voi stessi, tutte queste cose le penserete di continuo nella vostra testa e continuerete a parlarne fra di voi fino alla nausea, ma non ne vedrete i frutti e non ci sarà vita per voi.

Perché il figlio dell’Uomo, l’unico vero Spirito di Vita, apparirà in ciascun uomo in conseguenza degli sforzi che avrà fatto per andargli incontro.

 

Lev N. Tolstoj, il Vangelo, 8.70-79 (IF editore 2016)