3. Pane al pane e vino al vino

Mi capita sempre così quando, come ora, mi metto a scrivere senza pensare, semplicemente ascoltando le consonanze interiori, parole che indugiano senza sapere quale sarà il loro percorso d’uscita, la via per la quale si effonderanno nel cosmo di fuori, quello grande.
A tratti c’è stasi, quando nemmeno una sillaba si stacca dal fondo oscuro che tutti i significati trattiene, e allora si può solo attendere, solo si può sbirciare se per caso cade qualcosa dal becco torto dell’alambicco, una sola goccia, di nerume distillato e puro non senso, che nel tutto cadendo all’intorno si sparge. Ma ecco ad un tratto un soffio d’altura, che l’anima tutta pervade e ristora…

Di pane andiamo parlando in queste fratte, non è così? Ed eccoci dunque al dunque: “Pane al pane e vino al vino” .

Ed ora prenderò a parlare potabile, io. Ma tu, da parte tua, non ti devi nemmeno sognare di continuare a leggere le parole che seguiranno al salto di questo paragrafo: neppure una, neppure la più piccola, se non hai letto il post precedente, e soprattutto se non hai letto quanto di esso è scritto nel livello dei commenti (se non sai come si fa basta che segui le “istruzioni per l’uso”), perché come farai a capire cose che qui a tratti si danno per scontate, se non l’avrai fatto? Dimmi, ad esempio: che ne è della Sacralità grande che “apparentemente” adombra: ne sai qualcosa ora tu, che a piedi pari la lettura del commento che di Essa dice allor saltasti? E dunque non permetterti di continuare a leggere oltre, non lasciare che il tuo sguardo indugi su altre parole, e anzi, senza indugio alcuno indietreggia di un passo, subito: non tornare a legger qui, se prima non avrai letto altrove e compreso che in questo blog solo gli idioti ci capiscono qualcosa, e in questo “post” in particolare.

Ed ecco che, se queste parole stai leggendo senza avere ottemperato a quanto sopra hai appena letto, stai leggendo abusivamente, e mal di certo te ne incoglierà: smetti subito, fin che sei ancora in tempo, anche se pure un po’ in colpa. Era l’ultimo avvertimento.

Di pane, dicevo, andiamo parlando in queste fratte: non è così? E sia! Diamo allora la stura al parlar schietto: “Pane al pane, e vino al vino!”. Ma tanta potabile schiettezza non so quanto piacere potrà farti, anche se dirai diversamente al tuo cuore, con la bocca, tu che infingardamente leggi e di continuo inganni. Te stesso e pure gli altri, ma più te stesso (e te stessa no?).
Perché dei misfatti orrendi che i padroni del mondo han fatto e ogni giorno fanno noi qui non parleremo, perché il parlar nostro a noi non serve e a loro invece adorna, che della libertà nostra di favella si fan belli, e se ne fan garanti.

Di Stefano e Francesco parleremo invece, e di te stesso (e di te stessa pure, non t’ingannare), che senza titolo continui a venirci appresso. E lo faremo sai dove? Anche qui, come sempre facciamo, nel livello dei commenti, e solo in quello, lo faremo…

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Apparentemente, appunto

E adesso, cosa faremo? Di fronte alla cattura di governi da parte di miliardari e dei loro lobbisti, la disuguaglianza estrema, l’ascesa dei demagoghi, soprattutto il crollo del mondo esistente, quelli a cui guardiamo come nostri potenziali leader sembrano stupefatti, senza voce e senza idee.
Anche se avessero il coraggio di agire, i nostri leader non hanno idea di cosa fare. La maggior parte di essi tende ad offrire come unica soluzione la crescita economica: la polvere di fata dovrebbe fare scomparire tutte le cose cattive.
Non importa che proprio questo tipo di crescita economica sia la causa della distruzione ecologica; che non sia riuscita ad alleviare la disoccupazione strutturale o la disuguaglianza; che negli ultimi anni i redditi si siano concentrati ancor più in poche mani. Si perdono valori, principi e finalità morali: la crescita è tutto ciò che resta come promessa di soluzione.
È possibile vedere gli effetti in una nota passata inosservata dell’Ufficio estero del Regno Unito: «Il commercio e la crescita sono ora priorità. Le iniziative su cambiamento climatico e commercio illegale di fauna selvatica saranno ridotte».
Tutto ciò che conta è la velocità con cui convertiamo risorse naturali in denaro. Se ciò distrugge la nostra prosperità e le meraviglie che ci circondano, chi se ne frega?
Non possiamo sperare di affrontare la nostra situazione senza una nuova visione del mondo. Non possiamo usare i modelli che hanno causato le nostre crisi per risolverle. Dobbiamo ridefinire il problema.”

(tratto da Doughnut Economics: Seven Ways to Think Like a 21st-Century Economist, di Kate Raworth – dello Oxford University’s Environmental Change Institute)

Della citazione con cui ho aperto questo nuovo post sono debitore al nostro caro Gian Maria, che ringrazio davvero tanto per avermela inviata ancora qualche tempo fa. È estremamente significativa, e introduce una riflessione la quale, con il vostro aiuto, mi consentirà di cominciare a mantenere la promessa che a suo tempo ho fatto a Stefano, nel post “Una preghiera per il mondo”.
Sarà una cosa che dovremo fare a tappe, non si esaurirà dunque in questo solo articolo, ma come inizio mi sembra promettente.

IN PRATICA, LA NOSTRA KATE DICE: ci era stato prospettato un modello di sviluppo economico che avrebbe risolto i problemi della disuguaglianza fra gli uomini, della mancanza di lavoro e della distruzione dell’ambiente in cui viviamo ad opera delle nostre stesse mani. Era fondato sull’asserto del mercato libero e senza confini, esteso a tutto il mondo, che sarebbe stato poi in grado di autoregolare il proprio sviluppo.
Il mercato globale è diventato realtà, ma i risultati sono stati l’esatto contrario di quelli che erano stati pronosticati: la disuguaglianza è diventata estrema, la disoccupazione è diventata strutturale, la distruzione del mondo in cui viviamo sta per diventare irreversibile. E attraverso le loro lobby, i vari miliardari, in questo nuovo mondo diventato un unico grande mercato, “hanno fatto la spesa”: hanno comprato intere nazioni, schiavizzato e affamato interi popoli, privato della speranza intere generazioni, marchiato a fuoco la coscienza dell’intera umanità.

Non importa che proprio questo tipo di crescita economica sia la causa” di tutto ciò: attraverso la grancassa mediatica, di cui sono i padroni assoluti, e mediante un’orda di demagoghi e mistificatori a vario titolo prezzolati, quale soluzione propongono ora? La “CRESCITA”! La crescita “è tutto ciò che resta come promessa di soluzione” .

Detto in altre parole: l’inerte stupidità della stragrande maggioranza dei leader mondiali è senza speranza, e la perversa operosità di quelli che – apparentemente – hanno il destino umano nelle proprie mani, è di natura demonica.

Apparentemente, appunto.

Molto meglio degli auguri

Tra pochi giorni avranno compimento tutti i riti che da tempo immemorabile accompagnano la fine di un ciclo annuale e l’inizio di quello, nuovo, che ad esso subentra. Sono riti alla cui influenza è difficile sottrarsi, anche se di anno in anno c’è sempre chi se lo ripropone. Solo per ritrovarsi in quegli stessi giorni, al volgere dell’anno, a ripetere immancabilmente tutta la pantomima del rito stesso con amici, parenti, conoscenti, colleghi di lavoro, impiegati di banca e pubblici uffici, commessi e commesse varie, con il barbiere, l’estetista, il farmacista, il benzinaio, il macellaio, il postino, con il mendicante che bussa alla porta, con i cari al ricovero e tutti i vecchietti insieme a loro, con il malato su di un letto d’ospedale e col moribondo sul letto accanto, con il vicino rognosetto, l’amante o chiunque altro egli trovi sotto il letto.
E non è finita qui: se per caso in qualche luogo nessuno lo bada, perché indaffarato con altri suoi simili, e nessuno dunque dà avvio alla fatidica stura di parole in codice ed egli potrebbe perciò uscirsene tranquillo e indifferente, sente in cuor suo di non poterlo fare. È scritto nel suo profondo e un’atavica paura, una sorta di cieca superstizione, lo costringe suo malgrado a fare ciò che si era riproposto di non fare, e dunque: Buona Fine e Buon Inizio! 
Per telefono e per mail, con sms multiplo o singolo, con tweettii vari, tappi, spumante e petardoni, buoni propositi da un tanto al chilo, e il conto alla rovescia, che da qualche parte è già finito e da qualche altra deve ancora incominciare. E che Dio ce la mandi buona, almeno quest’anno.
Io ricordo una vecchia canzone, bellissima e struggente, di Fausto Leali, nella quale egli canta l’avvicendarsi dell’Anno Vecchio e dell’Anno Nuovo, una canzone piena di pathos, come d’altronde lo sono un po’ tutte, le sue. Non l’avete mai sentita? Cercatela su YouTube: si intitola “Perché”, è davvero bella, e può aiutarvi a chiudere tutta questa faccenda con un tocco purificante di vera poesia…

duemilaediciotto

Il duemilaediciotto è ciò che ci viene dato. Nel senso che in esso tutto è già bello che confezionato, tutto fasciato in una bella carta con tanto di fiocco e controfiocco. Un pacco regalo, del tipo “prendere o lasciare”.
No no. Non pensate che stia per inoltrarmi in discorsi elettorali o contro-elettorali, no. Voglio solo dire: ci viene dato con tutto il suo corredo di vita ordinato in un certo modo, ovvero con lo stesso ordine che anno dopo anno, da tempo immemorabile, i suoi predecessori invecchiati, abbandonati e poi bruciati, ci hanno trasmesso uno dopo l’altro. Immutabile, nella sua variabile staticità. Statico, nella sua immutabile variabilità. Variabile, nella sua statica immutabilità. Diverso e pur sempre lo stesso, come dice il biblico libro del Qoelet.

Tutto è come un soffio di vento: vano, un nulla, tutto è vanità… Che cosa ci guadagna l’uomo, dal suo duro lavoro a cui lavora duramente sotto il sole? Passa una generazione e ne arriva un’altra, ma il mondo rimane sempre lo stesso.
Il sole ha rifulso e il sole è tramontato, e ansimando torna al luogo da dove ancora riflugerà. Il vento va a sud, e poi gira a nord. Gira e rigira di continuo il vento, e torna ai suoi giri. I torrenti e tutti i fiumi vanno al mare, eppure il mare stesso non si riempie mai. Al luogo dove fiumi e torrenti vanno, là continueranno a tornare.
Le cose sono tutte in continuo movimento, così tanto che non se ne può nemmeno parlare. L’occhio non si sazia di vedere, l’orecchio non si riempie dell’udire. Tutto ciò che è avvenuto accadrà ancora; tutto ciò che è successo in passato succederà ancora in futuro. Non c’è niente di nuovo sotto il sole.
Qualcuno forse dirà: Guarda questo è nuovo! Invece quella stessa cosa esisteva già molto tempo prima che noi nascessimo. Nessuno si ricorda delle cose passate, e anche quello che succede oggi sarà presto dimenticato da quelli che verranno.

AMICHE MIE, FRATELLI MIEI CARISSIMI: quante vite volete vivere ancora tutte uguali una all’altra, immersi nel ciclo che il rito in voi imprime anno dopo anno e che ad esse vi incatena: QUANTE? Anche quella di quest’anno sarà una delle tante?

Ma io vi indicherò ora una nuova via, un modo nuovo di accettare tale regalo infausto e di forgiarlo sul fuoco che tutto può trasformare, nella potenza dello Spirito che tutto può, quando è alimentata dal sacro fuoco della Comprensione interiore che ogni catena scioglie, a cui siamo stati nei millenni incatenati!
Il duemilaediciotto non sia per voi un “prendere o lasciare”. Non nelle sue forme date e nell’ordine suo immutabile prendetelo. Nulla, nulla, assolutamente NULLA accettate quest’anno così come vi si presenta: in esso c’è l’inganno!
Esso sia per voi un nuovo inizio, e dunque con forti tenaglie tenetelo sul fuoco questo duemilaediciotto, e col martello sull’incudine battete, battete, e continuate a battere instancabilmente, colpo dopo colpo, facendo sprizzar scintille dall’anima vostra, e lacrime tante.
BATTETE FINO A QUANDO RIUSCIRETE VOI A DAR NUOVO ORDINE ALLE COSE CHE IN ESSO SON RACCHIUSE, fino a quando incandescente comparirà il frutto della vostra Coscienza: un nuovo inizio, una nuova possibilità di ricominciare tutto da capo, partendo da zero: 0123…

Sia questo il frutto del vostro duro lavoro, il nuovo ordine che VOI avrete imposto a ciò che vi era stato dato come un “prendere o lasciare”. E col solo vostro inizio tutto il mondo, attraverso voi, potrà ricominciare NUOVO!

Almeno una volta nella vita

Era la quarta veglia, quando mi sono svegliato stanotte mentre faticosamente arrancavo nella mia povera e piccola barca per raggiungere l’altra riva, impietosamente sballottato dalle onde e frustato dal vento, e anche questa volta è subito accorso quell’Uomo che altre volte ho incontrato a quell’ora.
È arrivato come sempre camminando sulle acque, è salito sulla barca, si è seduto accanto a me e guardandomi negli occhi ha detto: “Acchétati, e ascolta la Parola.”
Tutto intorno allora si è fatto un gran silenzio, e mentre il mare andava piano piano scemando e cessava il vento, ha preso a dirmi:

“Anno dopo anno, giunto a questi giorni, sei sempre lì che scruti nell’interno. Scruti, attentamente guardi, caso mai all’orizzonte dei tuoi campi pastori accampati ne riportino notizia. Sono ormai tanti gli anni che così trascorri, nell’attesa di un annuncio, sembra inutilmente, un giorno dopo l’altro. Arriva ancora una volta il freddo, già da un po’ è arrivato, ma quello grande, che tutto ha cristallizzato in guglie di cattedrali ghiacciate, in pinnacoli da cui senti la stessa voce sempre, sfidare, anche adesso – invece dell’Annuncio: ‘Se davvero sei Suo figlio…’.
Fuori è tutto luce colorata, un po’ di più quest’anno, ma più inutile clamore hai sentito. È dura a morire la parvenza, l’apparenza di sostanza inesistente, proclamata a gran voce dai padroni del sigillo. Ce l’hai anche tu, non lo vedi impresso? Guarda la mano, la tua destra. E guardati allo specchio: lo vedi? Sulla fronte, destra o sinistra che tu dica, oppure al centro: è lo stesso.
E come vuoi che accada allora? Non può. Quale angelo verrebbe mai da te, se non quello che già da tanto in te dimora, da quando l’hai lasciato entrare e non dovevi. Se solo tu te ne rendessi conto.

EPPURE…

…ecco che un soffio, una folata che viene da lontano, ti percorre tutto, il sussurro di un canto che annuncia piano, e incede nel giardino tuo verso l’ora del giorno in cui spira la brezza. E non fuggire spaventato.
Da qualche parte è nato. Scruta, guarda attentamente: cosa vedi?
No! Non quello di gesso devi guardare, che nella mangiatoia hai messo, o ancor più squallido di plastica. Guarda dentro, dove l’asino che sei con imploranti occhi guarda; e il bue che cosa scalda? Guarda. Solo guarda e non toccarlo. Non è tuo figlio, è un figlio d’Uomo. Non sai chi è. Non sai chi sei.
E se ORA davvero gli occhi tuoi l’Hanno visto, se davvero hai sentito il Canto che la Schiera in Alto canta, se davvero senti della Buona Volontà dall’Alto a te discesa in un momento (QUESTO)… FUGGI, allora! FUGGI! Da te stesso fuggi più che puoi, lontano, e da quelli tutti che hai vicino.
ALMENO UNA VOLTA NELLA VITA, FALLO!, quest’anno, per non impartire ad altri la tua commedia e per non subire il loro inganno. Almeno una volta nella vita, non fare quello che tutti fanno…”.

Questo mi disse la Parola, cari amici, e questa la Parola che vi ho detto, amiche carissime.

In memoria di un amico scomparso

Dear F. familys,

today, at exactly 11:30 a.m. we completed Bill Clemens request and buried his remains at the base of “Three Sisters” Mountain located 100 km west of Calgary in the Canadian Rockies. Fittingly there were three of us present (one for each peak of mountain): M.M., E.H. and myself.
Before we buried Bill’s remains, Mr. M.M. (who also gave Memorial Talk) gave an audible prayer thanking God for Bill’s faithfulness to the end. There were no background noises at this altitude. Onlookers would be God and His wild animal creatures.
It was a very fitting end to William who had served his Creator so well. It was fitting that his remains be placed at the foot of this mountaintop, because Bill enjoyed climbing so many similar mountains. We wondered how we could reach the base of this mountain. With the help of E.H. (local resident of Canmore, Alberta), we received permission to go to the base of this magnificent mountain.

I also enclose a brochure with a picture of Bill and on the reverse side a song that we sung at the conclusione of Memorial Talk. This brochure was given to all in attendance. I have to admit that I could not sing this song because of a lump in my throat brought on by the fact that this would be the temporary end to our 45-year friendship.

I wrote a one-page report on Bill that is enclosed. This was used as the introduction to Memorial Talk delivered by Mr. M.M. at the Kingdom Hall at 2 p.m. Saturday, December 20, 1997. Bill did not spend much time in Calgary, but I can report that there were over 125 in attendance. So well liked was Bill that four tenants from the senior complex (St. James Court) where Bill lived for two years attended the Memorial Service. They said it was the best Funeral Talk that they had ever heard. They were attracted to Bill because of his mild manner, and because he was always a gentleman.

A friend of Bill Clemens for 45 years.

Irwin F.

December 23, 1997
William Clemes. July 25, 1927 – December 13, 1997

da Silvia a Silvia

Ogni giorno cerco di non farmi risucchiare dal vortice di inutilità e banalità che sento e vedo… è difficile e drammatico essere consapevoli ogni giorno di come gli esseri umani siano schiavi del nulla!

Questo il testo di un messaggio che ricevetti da Silvia alcuni anni or sono, e di seguito ciò che le risposi…

Cara Silvia,

il giorno in cui sono risuscitato, dopo che per sette mesi un’agonia devastante e salvifica mi aveva portato alla disperazione più nera, e infine alla morte, tra le prime cose che decisi di “vivere” ci fu una ricerca: quella di una risposta alla domanda che in conseguenza di quel momento era sorta come un’alba nella mia nuova vita.
Da allora sono trascorsi quasi sette anni e in tutto questo tempo ho sempre tenuto ben fermo in me tale proposito: ogni giorno ho lottato con tutte le mie forze per trovare qualcosa che non fossero solo parole (mie o altrui fa poca differenza), pur delle parole non potendo fare a meno.
Proprio ieri mattina, poco prima che mi arrivasse inaspettatamente il tuo breve messaggio, ero giunto a quella che ritengo essere la felice conclusione di tale mio sforzo settennale, e mi hai trovato che stavo meditando profondamente grato sulla grande verità del detto evangelico che incoraggia a cercare senza sosta, a bussare instancabilmente, a chiedere e ancora chiedere, perché alla fine ciò che si è cercato lo si trova, la porta alla quale si è bussato si apre, e la cosa che si è chiesta la si ottiene. Tra le altre cose, la risposta che proprio ieri sono riuscito finalmente a dare alla domanda di sette anni fa contiene anche una visione, e io adesso so che non si tratta solo di parole.

Cammina cammina, si giunge alla fine della vita. Essa allora appartiene tutta al passato, dove è rimasta cristallizzata. Oramai è una cosa compiuta che non sta più in nostro potere. Sta in nostre mani fino a che si tratta di lavorarci sopra, ma ci sfugge a costruzione ultimata. Ci apparteneva solo di attraversarla per realizzare alcune esperienze e imparare alcune lezioni. La giornata è finita, quella vita non è più nostra. Tutto oramai fu fatto e rimane indietro al livello delle cause passate, di cui non ci restano in mano che gli effetti, seme che è frutto della nostra pianta, il quale già incalza per generare nuovi effetti nella forma di nuove piante e frutti. Quello che fu fatto nemmeno Dio lo può mutare, e la sua Legge è che le conseguenze delle nostre azioni fatalmente siano nostre. Alla fine viene l’ora in cui scegliere e volere non vale più. Fu liberamente scelto e voluto abbastanza. La partita è chiusa. Si entra nel dominio della Legge, nella sua corrente e da essa si viene trascinati secondo la posizione in cui in essa ci collocammo e le reazioni che da essa provocammo. Quello che fu libera scelta diventa oramai fatale determinismo, che ci cadrà addosso e ci legherà come destino nella nuova vita. Potremo ancora liberamente scegliere, ma restiamo dominati dalla spinta dei movimenti già iniziati nel passato e che per inerzia tendono a continuare nella loro direzione. Cammina cammina, si giunge all’ultimo atto. Appare l’estremo orizzonte oltre il quale cala il sipario. In vecchiaia chi ha vissuto solo per il presente e nella materia si guarda indietro con rimpianto aggrappandosi al passato che gli sfugge. Chi ha vissuto in funzione del futuro, nello spirito, guarda avanti pieno di speranza verso la nuova vita che lo aspetta. Il primo è veramente vecchio, anima e corpo. Il secondo è vecchio solo nel corpo, ma è giovane nell’anima. Per chi ha vissuto attaccato alla terra è la fine. Per chi ha vissuto guardando in alto, è il principio.

È vero Silvia: è difficile e davvero drammatico essere consapevoli ogni giorno di come gli esseri umani siano schiavi del nulla (al quale peraltro torneranno…). Tu però continua ogni giorno nel tuo sforzo di non farti risucchiare dal vortice di inutilità e banalità che senti e che vedi. Fino a che la cosa sta nelle tue mani lavoraci sopra, e vai consapevolmente incontro alla sofferenza che inevitabilmente il sistema genera nei confronti di coloro che non vogliono esserne omologati.
Vivi nello spirito, e guarda avanti già da adesso, dai trentadue anni che fra poco compirai, alla nuova vita che ti aspetta (ché nessuno conosce in anticipo l’ora in cui “il ladro” arriva…).
Continua la tua ricerca, il tuo “lavoro su di te” (certo, nel modo in cui ti è riuscito di comprenderlo fino ad oggi), vivi pienamente la tua esperienza di vita ogni giorno, e non dimenticare che essa non potrà più essere modificata una volta conclusa, e così come si è chiusa a te ritornerà, nel bene e nel male.
Vivi serena, perché la tua vita è unica, tu sei unica, e il tuo “nome” è scritto nell’eternità…
Coloro i quali vivono ogni giorno nell’inutilità di pensieri a qualsiasi titolo centrati sulle cose della materia, proprio da queste stesse cose saranno resi sempre più “inutili” nella nuova vita che li aspetta, e sempre più “in basso” attraverso di essa saranno trascinati (e primi fra tutti coloro che credono che il rapporto con lo Spirito si riduca al “non fare niente di male”).
Non sono solo parole, Silvia cara: tale risposta l’ho sigillata proprio ieri nelle mie profondità, e da lì le parole che la compongono sul piano umano sono risalite, così certe come è certo che il sole domani sorgerà di nuovo.

E dopo aver chiuso gli occhi? Alla fine della vita si chiude la partita e del nostro destino, quale lo volemmo costruire, se ne impossessa la Legge. Allora non possiamo più funzionare come causa determinante di eventi. Dobbiamo invece fatalmente restare solo conseguenza del nostro passato. L’ora della libera sperimentazione, esaurito il suo scopo, allora finisce. Il passato ritorna a noi, vivo, gigante, ma oramai immobilizzato nella forma in cui fu vissuto, e in esso restiamo sospesi come fuori del divenire. Sembra che il tempo si sia fermato, perché non sa creare più nulla di nuovo. Ci ripieghiamo sul passato ed esso, ora pieno di nuovi significati reconditi prima non sospettati, riempie la nostra vita. Lo viviamo di nuovo, ma interiormente, non all’esterno nelle vicende materiali, ma nel suo significato, non più come conquista terrena che più non ci interessa, ma come costruzione di personalità. La vita assume allora un altro senso. Si fanno i conti di quello che tanto correre ha realmente prodotto e, se non ne sono derivati valori costruttivi in senso spirituale, ma solo successi terreni ora da lasciare, non resta che vuoto e il senso dell’inutilità di tanta fatica. La vita è piena e bella alla sua fine solo se la si è riempita di valori sostanziali, quelli che servono per evolvere; ed è vuota e triste se la si è riempita di falsi valori di provenienza terrena, che servono solo per involutivamente discendere. Nel primo caso si sente che si va verso la luce, nel secondo che si scende nelle tenebre.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

NOTA: Ciò che è scritto nei due blocchi in corsivo non è farina del mio sacco, ma voce di uno che “di passato in passato” è giunto fino a noi sospinto dall’Amore che tutto può. A voce ti dirò cosa egli dica di sé: al fianco di chi egli camminasse un tempo…
Confronta tutto ciò con quanto scritto nel mio lavoro alle pagine 132 e 133, e leggi poi anche le pagine 147-149, in cui si fa cenno a che cosa significhi “morire come un cane” (vedi anche QUI).

 

Accade, e nessuno lo sa…

Questo è il post conclusivo della serie dedicata al COSA FA VIVERE GLI UOMINI, il racconto di Tolstoj la cui sacralità indescrivibile, attraverso la testimonianza vibrante e profondamente significativa di alcuni di coloro i quali ne hanno fatto esperienza, abbiamo verificato al di là di ogni più piccolo dubbio.
Mi accingo a consegnarvelo con uno stato d’animo particolare, perché mi sono riproposto di dirvi una cosa estremamente importante. Riguarda direttamente più di qualcuno di quelli che hanno lasciato qui i loro commenti, ma in particolare una testimonianza che è stata invece solo riportata, e che proprio alla luce delle cose che sto per dire considero paradigmatica: quella di Alessandra.

Devo però incominciare con una confessione. Il fatto è che in quello precedente non sono stato del tutto sincero con voi. E a mia discolpa voglio aggiungere che non lo ero neppure con me stesso, mentre scrivevo. Io ci ho poi riflettuto a lungo, sapete. Mi sono interrogato, mi sono guardato nello specchio dello spirito, e ho infine compreso una cosa: le peste nelle quali dicevo di trovarmi non dipendevano assolutamente dai motivi che ho addotto. Nossignori. Lo devo proprio confessare: non erano quelli i motivi. Me ne sono accorto solo dopo, quando ho scrutato nelle mie profondità.
La verità è che io certe cose non posso permettermi di metterle nero su bianco. Proprio non posso, ve lo assicuro. Se lo facessi, farei del male, invece del bene che mi propongo di fare. E questa stessa cosa l’ho già detta in un altro post, sotto altri panni.

Comunque, se da una parte ci sono dei motivi per cui non posso farlo, so anche che dall’altra ci sono tante donne e tanti uomini che di conoscere tali cose hanno un bisogno disperato. Perché nella loro interiorità sta accadendo una certa cosa, ed essi non lo sanno.
Ci sono infatti delle persone, e ogni giorno sono sempre di più, alle quali capita una cosa assai assai particolare. Questa cosa, che capita loro secondo un processo del tutto “naturale”, è la stessa per cui migliaia di altre persone, alle quali invece essa non è ancora capitata (e forse non capiterà mai, in questa vita), si cimentano in esercizi fisici e spirituali di vario genere per tentare di conseguirla, e in tale tentativo sono magari impegnate da anni, se non addirittura da decenni!
Ora, la cosa incredibile è che molte di codeste persone, non avendo nessuno che gliene spieghi la genesi, invece di ricavarne i benefici immensi che essa porta con sé – essendo una benedizione divina – la scambiano per una patologia della mente, e ne sono terrorizzate!
Nel tentativo di comprendere ciò che è loro accaduto, altre invece sono entrate in contatto, disgraziatamente per loro, con dei ciarlatani diabolici appartenenti alle più disparate congreghe e tendenze “spirituali”, e subendo il loro influsso stramaledettamente malefico se ne sono andate inesorabilmente incontro alla dispersione cosmica, ovvero nella direzione opposta a quella a cui la loro “malattia” le avrebbe portate se, per l’appunto, non l’avessero vissuta come una malattia, o se non si fossero disgraziatamente imbattute negli Hasnamuss di cui sopra.
E non è da credere come tale cosa accada inavvertita e incompresa anche tra le fila di coloro che certe cose invece le dovrebbero sapere, senza che ve ne sia da parte loro consapevolezza alcuna, tanto sottile è la sua natura. Soprattutto perché di essa sono state date descrizioni tali e talmente diverse le une dalle altre che difficilmente si riesce a farle corrispondere a quanto accade in se stessi, se non si fa uso di ciò di cui anche la volta scorsa si parlava come di una necessità imprescindibile: un po’ di buon senso.

Una cosa però ve la posso dire: ricordate la domanda oggetto della nostra considerazione nel precedente articolo? Essa, oltre che a Matrena, era rivolta ad ognuno di noi, cari amici. E per poter rispondere a tale domanda bisogna avere a che fare personalmente proprio con codesto straordinario accadimento di cui nessuno praticamente sa nulla.
È per tale motivo, dunque, che passata ormai una buona metà del mio sessantaquattresimo anno di vita su questo pianeta – e immensamente grato della benedizione a suo tempo ricevuta –, sono fermamente deciso a non sprecare quelli che mi restano, di anni, dedicandomi ad aiutare coloro i quali il destino mi ha fatto incontrare, come pure quelli che continuerà via via a mandarmi incontro. Sempre senza dimenticare il mio stesso grandissimo bisogno di aiuto, come già ebbi modo di dire la volta scorsa, ché sempre sono nell’attesa di un’ulteriore Benigna Attenzione.

Per cui, anche se certe cose non le metterò mai per iscritto (e, credetemi, non si tratta di chissà quali incredibili rivelazioni), certamente ne parlerò con quelli che ho definito gli unici veri destinatari delle mie parole, e lo farò, come già lo sto facendo, nell’unico modo che ritengo sia benedetto dall’Alto, ovvero guardandoli negli occhi.

Siate perciò i benvenuti, carissimi amici e fratelli, sorelle e amiche carissime, tutti voi che avete la possibilità di venire in queste nostre contrade, e di permanervi il tempo necessario per giungere a dare la vostra risposta individuale alla Domanda: “…ma Dio c’è in te?” .

Il sigillo iniziatico

Prima di inoltrarvi nella lettura, amici lettori e lettrici amiche, è meglio che verifichiate se questo articolo è stato scritto anche per voi, perché è stato concepito per un solo tipo di persona: quella che si sforza con vigore per entrare dalla “porta stretta”, ben sapendo che attraverso la porta stretta non si può entrare in comitiva, ma solamente uno alla volta.
Come ha scritto il buon Sefinho: “Se vuoi salvaguardare il prezioso frutto del tuo duro lavoro di auto-iniziazione, per quanto piccolo possa ancora essere, guardati dal dire: ‘Io sono un…’. È la negazione assoluta di Io Sono.” (1) Al posto dei puntini di sospensione inserite il nome descrittivo della vostra “appartenenza” e ne avrete chiarito il senso al di là di ogni possibile fraintendimento. E non importa da dove tale nome sia derivato: fosse anche quello del più eccelso dei maestri, chiunque egli sia o sia stato, non vi servirà in alcun modo per passare attraverso di essa. Attraverso la “Porta degli Uomini” passano solo gli Uomini, uno alla volta, non le anime di gruppo…

Fatta la premessa, torniamo nel cuore della considerazione che abbiamo avviato nei due post precedenti, e nel cuore del racconto che era al centro di tale nostra considerazione.
Stavamo dunque dicendo che il centro di tale racconto, il suo cuore pulsante, è costituito da una domanda che, però, così come è stata tradotta in un paio di versioni del racconto, tale centro non può esserlo in alcun modo. E dicevamo che essa è stata tradotta in maniera filologicamente fondata solo da Igor Sibaldi. È la traduzione che ho adottato nella mia edizione del racconto, che potete trovare a pagina 22 (pagina 25 se avete la versione con il testo “anticato”). E dicevamo anche che tale domanda funge da “sigillo iniziatico”.

Ora dovrei dirvi il resto.

Ma, se proprio volete sapere la verità, sono nelle peste. Perché certe cose dovrebbero essere dette a voce, non per iscritto. E mica per un fatto di chissà quale segretezza, sapete. È solo perché a voce la stessa parola trasmette più cose di quante non possa farlo in forma scritta. E addirittura può parlare il silenzio, quando si sta in silenzio a voce. E a voce, face to face, anima parla ad anima. Ma qui mi tocca sempre spiegare i punti e le virgole, e i perché e i percome. Che poi non é vero neanche questo, perché in effetti a me sembra, ogni volta, di incasinare il discorso più del necessario anziché spiegarlo. Che sia una strategia dell’inconscio? Sia quello che sia, ho deciso, questa volta, di andar giù senza tante storie. Dritto al punto. E chi si è visto si è visto. E allora, ecco la Domanda:

Matrena, ma Dio non c’è in te?

Avete notato l’abisso che separa questa traduzione da quelle del post precedente?
Ebbene, codesta è una domanda che dice tante cose. Dice qualcosa del personaggio che la pronuncia, e per ciò stesso dice qualcosa di Tolstoj. Dice qualcosa a chi la legge. E dice qualcosa di chi la legge.
Di Semen e Tolstoj dice che hanno un’anima. Quello che dice a chi la legge lo sa chi la legge. Mentre quello che dice di chi la legge lo sa solo chi ha un’anima.

E qui è necessario mettere subito i puntini sulle “i”, e fare subito un bel discorsetto di natura linguistica. E diciamolo pure: anche un discorso di buon senso. (2)
Se si vuole venire a capo delle cose che intendo via via dire, le mie parole vanno accolte solo nel senso che io attribuisco loro nel contesto in cui compaiono. Quando perciò, come in questo caso, faccio uso della parola “anima”, non si deve in alcun modo (per favore) attribuirle il significato che essa ha nell’ambito di un altro “sistema di riferimento”. E non mi si venga a dire che potrei adottare un sistema di riferimento oggettivamente valido anche in ambito spirituale, e che tale sistema esiste già. Per quanto “scientifico” lo si possa considerare, lo sarebbe solo per coloro che sono disposti a riconoscerlo tale e che hanno deciso di adottarlo. E io ho i miei buoni motivi per non farlo in questa sede (che si riallacciano, tanto per essere chiari, a quelli di cui si parlava in apertura).

Dunque, dell’anima io dico così: non tutti gli uomini ne hanno una.

Ora, sia ben chiaro che dicendo questa cosa non è mia intenzione fare sfoggio di conoscenze di un certo tipo. Lungi da me tale idea. E ribadisco quanto già detto in apertura sui destinatari di queste mie parole: sono quelle persone che si stanno dannando alla ricerca di una Comprensione interiore della Vita, che stanno facendo di tutto e di più per poterne venire a capo. Stanno continuando a bussare ad ogni porta; stanno continuando a chiedere a chiunque; stanno continuando a cercare in ogni dove. È solo ad esse che mi rivolgo, e lo faccio nella speranza certa di essere loro d’aiuto. Non escludendo con ciò il mio proprio, grandissimo bisogno di aiuto, sia ben chiaro anche questo.

A voi dunque, cari amici e fratelli, sorelle e amiche carissime, a voi soli mi rivolgo, e soltanto a voi.

Voglio allora farvi dono di un paio di indicazioni in direzione delle quali potrete orientare la vostra ricerca e sviluppare le vostre riflessioni. Le potrete poi combinare e confrontare con quel poco che è stato detto fino a qui e con quell’altro poco che troverete sparso in giro per il blog. Sempre che lo riteniate opportuno.
La prima indicazione è questa: certamente sapete che cosa sia un metal-detector, non è vero? Ebbene, il racconto di Tolstoj è qualcosa di simile, è, infatti, uno “soul-detector”, ovvero un rivelatore di anime. Nel senso che è uno strumento che rivela la presenza dell’anima in colui che legge. Se ce l’ha. Se no ne rivela l’assenza. In entrambi i casi svolge una funzione importantissima, dando al lettore un’informazione che gli è assolutamente necessaria. E anche in ciò si rivela la sua natura di Arte Oggettiva.
La seconda indicazione è costituita da una citazione di John G. Bennett:
La qualità più nobile dell’uomo è la volontà di scoprire una Realtà imperitura aldilà del divenire e della casualità di questo mondo mortale. Questa qualità è ciò che io chiamo ‘spirituale’. Lo spirito di un uomo è la sua volontà. Questo è ciò che insegnò Tommaso d’Aquino, ed è il segreto della comprensione della nostra natura umana.
L’anima è un prodotto, il risultato della nostra esperienza di vita. Può essere transitoria come può essere immortale, a seconda che la nostra volontà, vale a dire il nostro spirito, ne abbia o non ne abbia preso possesso. Quelli che negano la volontà nell’uomo negano lo spirito. Quelli che affermano la volontà affermano lo spirito, che lo comprendano oppure no.”

Fate buon uso di entrambe le indicazioni, e dell’intero articolo, se ce la fate, perché è animato da un unico principio, quello dell’Agàpe.

 

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(1) Sefinho Maria Roboris, La Via nel Deserto, pag. 163 (vedi anche QUI).

(2) “Secondo uno di quelli che ritengo potesse davvero essere considerato un Maestro spirituale, sulla porta che conduce alla prima prova dell’Iniziazione stanno scritte le parole: Se non hai sano buon senso, i tuoi passi sono vani. E colui sul quale non ho dubbi che veramente lo fosse, fece scrivere tutto intorno al soffitto del luogo di studio del suo gruppo, assieme ad altre, queste parole: Se non hai una mente critica per natura, è inutile che tu rimanga qui.(ibidem, pag. 236)

La natura del racconto

Ricorderete un argomento che abbiamo appena abbozzato nel post precedente: l’ipotesi che il Cosa fa vivere gli uomini, racconto di Tolstoj di una bellezza davvero straordinaria, possa costituire un’opera di Arte Oggettiva. Ora ci inoltreremo ulteriormente in essa, per vedere se penetrando di altri pochi passi in tale direzione si cominci a sentire qualche scricchiolio, premonitore di cedimento, oppure se l’ipotesi regge.
Spero che anche questa volta mi seguiate con la dovuta attenzione, anche se sarete costretti ad un piccolo sforzo. Potrebbe valerne la pena: in senso spirituale, sarebbe come avere a disposizione la lampada di Aladino.

Dobbiamo subito farci convinti di una cosa: se davvero si tratta di un’opera di Arte Oggettiva abbiamo a che fare con un racconto di natura iniziatica. Ovvero un racconto “ispirato” da coloro che la volta scorsa abbiano definito “i depositari di una Conoscenza Tradizionale“. L’inevitabile domanda allora è: abbiamo a che fare con un tale tipo di racconto?
E un’ipotesi del genere non può in alcun modo essere proposta (né tantomeno accettata) acriticamente, perché le conseguenze che ne deriverebbero, se davvero se ne desse il caso, sarebbero di un’importanza difficilmente valutabile nella sua portata estrema.
Significherebbe che ci troviamo fra le mani una cosa la cui preziosità è indicibile, e la cui funzione è indispensabile per tutti coloro i quali sono alla ricerca di qualcosa di più che non il semplice, transitorio e non sempre efficace conforto religioso. Una cosa che sarebbe in grado di dar loro precise indicazioni sulla direzione da seguire, tutto un nuovo orientamento all’intera loro vita. Una cosa che potrebbe addirittura rappresentare in certi casi la possibilità di un nuovo inizio, la possibilità di una Rinascita.

Riusciamo a comprendere quale immenso, inestimabile valore potrebbe assumere una tale possibilità, diciamo, ad esempio, nel destino di una persona che abbia ormai trascorso la prima ottava della sua esistenza e stia guardando alla propria vita nella disperazione più assoluta, convinta di avere sbagliato irrimediabilmente ogni cosa in essa vissuta? Si badi bene che ciò può avvenire anche a livello inconscio.
Non è quindi a cuor leggero che è stata avanzata tale ipotesi, bensì nel pieno della coscienza proprio di una tale esperienza, e di tutto ciò di cui fin qui si è detto.

IL SIGILLO INIZIATICO

Si è detto dunque, nel post precedente, di quella domanda “che è posta in quello che pur trovandosi nella sua parte iniziale potrebbe essere invece considerato il centro stesso del racconto, quasi ne fosse il cuore vivo e pulsante, una domanda che richiama il lettore a se stesso con un’immediatezza tale che mancando di dare ad essa una risposta altrettanto immediata davvero potrebbe accadere ciò che Michaìl temeva sarebbe accaduto alla donna cui la domanda è rivolta nel racconto…”.
Si tratta della domanda che il calzolaio Semen rivolge a sua moglie al culmine della sfuriata in cui ella, completamente fuori di sé, gli rinfaccia rabbiosamente ogni suo più piccolo sbaglio, anche quelli commessi dieci anni prima, e infine si comporta del tutto indecentemente nei confronti del pellegrino che Semen si è portato a casa. Si trova proprio all’inizio del quarto capitolo.

Di seguito riporto il passaggio come compare nella traduzione di Carla Muschio, pubblicata in “Racconti per contadini” (Mimesis 1999):

Matrena si fermò e disse:
– Se fosse una brava persona non sarebbe nudo, e invece non ha nemmeno addosso la camicia. Se fosse un benintezionato, tu me l’avresti detto, dove sei andato a prendere questo damerino.
– Te lo dico subito: passavo vicino alla cappella e vedo lì questo tipo, nudo, tutto intirizzito. Non è certo estate per starsene nudi. È Dio che me l’ha fatto incontrare, se no sarebbe stato perduto. Quindi, che fare? Son cose che possono capitare! Ho preso, l’ho vestito e l’ho condotto qui. Placa il tuo cuore. È peccato, Matrena. Un giorno dobbiamo morire.
Matrena voleva sbraitare ma guardò il forestiero e si azzittì. Il forestiero se ne stava seduto lì, impalato, senza muoversi dal bordo della panca. Le mani sulle ginocchia, la testa abbassata sul petto, non apriva bene gli occhi e continuava a fare smorfie come se stesse soffocando. Matrena tacque. Parlò Semen:
– Matrena, ma non hai timor di Dio?!

In una versione in lingua inglese la domanda è resa così: “Matryona, have you no love of God?” (Matryona, non hai nessun amor di Dio?)

Una cosa è certa. Questa è certamente la domanda a cui si alludeva, ma così, come è stata tradotta in entrambi i casi sopra riportati, mai e poi mai potrebbe essere considerata “il cuore vivo e pulsante” del racconto. E soprattutto, così come è stata resa, in essa non c’è traccia alcuna di alcunché di iniziatico.

Ora provate invece a dare un’occhiata alla traduzione di Igor Sibaldi, se ne disponete, che è filologicamente fondata. Quelli di voi che hanno la mia edizione possono ritrovarla identica a pagina 22 (il lavoro di riscrittura l’ho condotto su tutte e tre le versioni, ma qui mi è stato impossibile prescindere da quella del Sibaldi).
Ecco: lì, tanto per cominciare, troverete il sigillo iniziatico che andavamo cercando.
Esso costituirà il titolo di apertura della considerazione che faremo la prossima volta in merito all’ipotesi formulata. E giá che ci siamo ci soffermeremo brevemente anche su di un’altra questione: sarà un caso che Michaìl nel racconto si chiami proprio Michaìl, e sia ciò che in effetti risulta poi essere alla fine del racconto?

Eh sì! Ecco un bel modo di passare le serate con coloro che ci sono amici nello spirito, e financo nello spirito fratelli…

Cosa fa vivere gli uomini

Un po’ frutto di tutta una vita di Ricerca e un po’, come è spesso capitato in circostanze simili, frutto del caso (posto che si possa dare “il caso”, cosa sulla quale oggi come oggi nutro dei dubbi serissimi), ho fatto una scoperta interessante. È stato quando un impulso interiore risalito improvviso dalle profondità dell’anima ha portato con sé un interrogativo che mi è parso degno della migliore attenzione, ovvero, come sia possibile che un semplice racconto, sia pur scritto da una penna straordinaria come quella di Tolstoj, generi sempre lo stesso, identico, incredibile sommovimento interiore in molti di coloro che lo leggono.

Tale interrogativo mi si è posto il giorno in cui una persona a cui avevo inviato una copia di tale racconto e che mi aveva chiamato per ringraziarmi, dopo avere ripetutamente ed enfaticamente ribadito che davvero si tratta di un capolavoro, mi aveva confessato che nel corso della lettura più di qualche volta era stata presa da una commozione tale da costringerla alle lacrime. E non era la prima a dirmelo, che tante altre lo avevano già fatto prima di lei.
Ora, qualcuno forse si meraviglierà di codesto mio stupore e mi dirà che certe reazioni sono normalissime in taluni individui particolarmente sensibili, e che ciò può accadere anche in occasione di altre letture. E, infatti, le prime volte avevo attribuito tali reazioni proprio alla sensibilità dei lettori a cui l’avevo proposto, ad una loro predisposizione interiore; ma i successivi riscontri, a volte del tutto inaspettati per l’intensità con cui venivano espressi e per la particolare tipologia di persone da cui provenivano, hanno incominciato a dare gradualmente forma ad una domanda: e se si trattasse di “arte oggettiva”?

Intendo dire se in tale racconto – COSA FA VIVERE GLI UOMINIdi Lev N. Tolstoj – possa ravvisarsi un rarissimo caso di Arte Oggettiva.

*  *  *

Il concetto di Arte Oggettiva è difficile da spiegare. Bisognerebbe addentrarsi in un contesto in cui non è facile addentrarsi. Per tutta una serie di motivi.
Mi limiterò a dire che si parla di Arte Oggettiva quando sia prodotta da, o con l’aiuto di, depositari di una Conoscenza Tradizionale (da non confondere con il termine “tradizionale” in uso correntemente), un tipo di conoscenza la cui qualità e vastità è inimmaginabile per l’uomo moderno. Attraverso le opere di Arte Oggettiva i depositari  di tale Conoscenza sono in grado di trasmettere delle Verità che trascendono la possibilità di una loro formulazione a parole, Verità che così trasmesse possono raggiungere simultaneamente tutti e tre i Centri di Ascolto dell’uomo: quello fisico, quello mentale e quello emozionale, generando in essi delle risonanze e delle reazioni previste e del tutto particolari. Cosa impossibile, questa, anche ai più alti e sofisticati livelli di comunicazione di questa nostra società tristemente specializzata proprio in tale ambito.

Ora, ci sono delle testimonianze (e neanche tanto segrete), le quali ci dicono che Tolstoj è stato in contatto con uno strano personaggio che pretendeva di essere uno di tali depositari e, manco a farlo a posta, proprio quello che più di altri suoi consimili ha parlato dell’Arte Oggettiva, lui stesso definendola in tal modo. E lo stesso strano personaggio ha fatto la sua parte, quando erano ormai trascorsi molti anni dalla morte del famoso scrittore e trovandosi lontano dalla Russia, per indirizzare, “a modo suo”, l’attenzione delle persone verso la produzione letteraria del grande scrittore russo (in particolare verso il suo Vangelo).
Lavorando intensamente e a lungo alla riedizione di tale breve racconto ho addirittura incontrato delle inesattezze, nel testo, che molto assomigliano a quelle “inesattezze conformi alla legge” che, sempre secondo lo “strano personaggio”, sono parte costituente delle opere di Arte Oggettiva.

E dunque, SE ci troviamo di fronte ad un’opera di Arte Oggettiva, e SE le inesattezze che si trovano in quel racconto sono “conformi alla legge“, ci si presenta una sfida assai interessante: la loro decifrazione.

La potenza indescrivibile con cui l’Amore irrompe in Cosa fa vivere gli uomini fin dalle primissime sue battute, travasandosi nell’anima del lettore – che è per l’appunto la causa dei frequenti stati di commozione che sorgono durante la lettura (alcuni dei quali difficilmente contenibili, nonostante ogni sforzo in tal senso) – trova in ciò, e solamente in ciò, la sua spiegazione.
Questo è conseguenza del fatto che tale racconto è “costato” a chi lo ha scritto: è il frutto del lavoro cosciente di un uomo che si è sottoposto ad una intensa sofferenza per tentare di attuare nella sua vita, fino all’ultimo suo giorno, ciò di cui scriveva. Ci troviamo di fronte ad un uomo animato da una grandissima tensione verso l’Amore Cosciente, una tensione potente al punto da piegare in sua funzione l’inevitabile componente arimanica che ne ha accompagnato, a partire dal 1881, anno di prima pubblicazione del racconto, la grandissima (e ineguagliata per quei tempi) diffusione a stampa. Si pensi che è stato stampato e ristampato in varie edizioni, in diverse centinaia di migliaia di copie, ben più di “Anna Karenina” dello stesso Tolstoj, o de “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij, l’altro grandissimo scrittore russo suo contemporaneo. Solo tra il 1882 e il 1889 l’opera venne pubblicata da 9 editori diversi. Tra questi, uno dei più importanti lo ristampò quasi ogni anno fino al 1914, con tirature che a volte superavano anche le 100.000 copie l’anno. E ancora molte altre cose si potrebbero dire, le quali, se vi interessano, potete trovarle QUI.

Ma torniamo a noi, e all’interrogativo posto in apertura: come sia possibile che un semplice racconto generi sempre lo stesso, identico, incredibile sommovimento interiore in molti di coloro che lo leggono. Che cosa intendo dire con ciò?
Un interessante esperimento di auto-osservazione, per verificare quanto detto, lo si può fare mentre si legge il racconto, fermandosi nel momento esatto in cui si comincia ad avere percezione del sorgere della commozione. Si potrà constatare, anche con un certo stupore, credo, che ciò avviene sempre in relazione ad una formula espressiva in cui l’individuo viene richiamato a sé e si sente d’improvviso coinvolto nella sua inconsapevole triplicità (corpo, mente e cuore). E ciò avverrà sovente negli stessi punti del racconto, indipendentemente da quante volte lo si legga, e più o meno sempre inaspettatamente. Provare per credere. Si legge in poco meno di un’ora. È da notare che tale “formula” mantiene pressoché intatta la sua capacità di richiamare a sé il lettore anche in una traduzione dall’originale (come è appunto quella a cui qui ci si riferisce), perché, come si diceva, essa trascende l’aspetto verbale.

Ora, non è che io qui possa soffermarmi più a lungo su tale argomento, perché la lunghezza del mio scritto è già tale che potrebbe aver indotto la stragrande maggioranza dei lettori a saltarne la lettura a piedi pari, ma un’ultima cosa la devo proprio dire.

Si potrà dare il caso di certuni che non riscontreranno in alcun modo le cose di cui si è detto fin qui, e nessuna commozione salirà loro in cuore, leggendolo, in nessuna parte del racconto.
Varrà per costoro, allora, la Domanda che è posta in quello che pur trovandosi nella sua parte iniziale potrebbe essere considerato il centro stesso del racconto, quasi ne fosse il cuore vivo e pulsante; una domanda che richiama il lettore a se stesso con un’immediatezza tale che mancando di dare ad essa una risposta altrettanto immediata davvero potrebbe accadere ciò che Michaìl, un misterioso personaggio del racconto, temeva sarebbe accaduto alla donna cui la domanda in esso è rivolta…

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